Un’esperienza in psiconcologia

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Ricordo ancora quando assistetti al mio primo colloquio con una paziente oncologica.

Erano passate circa tre settimane dall’inizio del mio tirocinio post lauream e, dopo le prime due passate a prendere dimestichezza con le attività del Servizio di Psicologia dell’Istituto Clinico all’interno del quale mi trovavo, la responsabile del Servizio mi chiese: “te la senti di assistere ad un colloquio preoperatorio? È una signora che dovrà fare una mastectomia e cavo ascellare”.

Con l’entusiasmo della curiosità e l’atteggiamento sprovveduto di un giovane laureato che ha fretta di imparare, accettai di buon grado. Per me erano solo parole che conoscevo a livello teorico: “mastectomia, linfonodo sentinella, cavo ascellare!”

Ero curioso di scoprire le tecniche del colloquio, finalmente applicate e non studiate solo sui manuali.

Ero curioso di “entrare nella stanza” perchè, fino ad allora, avevo sempre visto quella porta chiusa, il cartello “sacro” con la scritta “si prega di non disturbare” e quell’alone di mistero da conoscere.

Vedevo le persone che uscivano dopo 60 minuti, alcune con gli occhi arrossati e il volto gonfio da un pianto profondo, altre meditabonde, silenziose, assorte in un’altra realtà, altre ancora con sorrisi riconoscenti.

Cosa accadeva davvero nel colloquio? Quali tecniche venivano applicate?

Ricordo che la prima volta, ciò che mi colpì fu l’atteggiamento molto informale, accogliente, poco strutturato. Il tema dell’intervento chirurgico fu affrontato in maniera molto trasversale, ma la signora parlò della preoccupazione per i suoi bambini. Era una giovane donna di 34 anni, con due bambini di 8 e 4 anni. Raccontò episodi di quotidianità e, dentro di me mi chiedevo “dov’è la tecnica, dov’è la psicologia?”.

Ecco il primo dettaglio che non avevo capito: la dimensione della relazione è primaria rispetto alla tecnica, soprattutto in quei contesti ad alto impatto emotivo, come ad esempio la diagnosi di un tumore.

Potremmo definirlo con lo slogan “meno tech, più touch”.

Solo dopo una ventina di pazienti, che vidi nei mesi successivi, iniziai a sperimentare sulla mia pelle un secondo effetto di quei colloqui: un’ansia progressiva verso i segnali del mio corpo, un corpo che era diventato più inquietante.

Avevo il mal di gola e i linfonodi ingrossati, la mia mente diceva” stai covando un’influenza”, ma subito dopo, riecheggiavano le parole di un paziente che esordiva nel colloquio dicendo “all’inizio pensavo di avere un semplice mal di gola, ma i sintomi non passavano e poi, …”.

La stanchezza diffusa non era più solo una stanchezza, ma nella mia mente affiorava il ricordo di quel giovane uomo, di soli cinque anni più grande di me, che aveva scoperto che non era stanchezza e che ora si trovava in ematologia.

Ingenuamente avevo iniziato a mettere in atto, nel tentativo di tranquillizzare la mia ansia, un comportamento che, solo con l’esperienza, scopriì essere molto dannoso, ma anche molto comune nei pazienti oncologici: la “ricerca su internet” con l’effetto di temere di avere decine e decine di brutti mali…

La dimensione ipocondriaca rientrò rapidamente a suon di bonarie ed efficaci battutine da parte dei “veterani” che normalizzarono ciò che stavo vivendo con un semplice “ci siamo passati tutti nella fase ipocondriaca”. 

Ricordo di essermi appassionato lentamente e silenziosamente alla psiconcologia, in una forma completamente lontana dagli schemi ai quali ero abituato.

La psiconcologia non è il paesaggio da copertina, appariscente, attraente e invitante, ma è da scoprire, come l’albero del nostro giardino, che è lì da 20 anni, ma che si apprezza incredibilmente quella giornata d’estate in cui ci fa ombra mentre riposiamo o leggiamo un libro all’aperto.

Ecco! personalmente l’ambito della psiconcologia, mi ha aiutato a ritornare all’essenziale, a riordinare le priorità, ad apprezzare ciò che ho, in un allenamento alla gratitudine per la condizione di salute che spesso rischio di dare per scontata.

Poi la psiconcologia è molto altro, per carità.

Dal punto di vista teorico possiamo definirla come la disciplina che si occupa degli effetti psicologici che la malattia oncologia genera sulla persona e sulle sue relazioni con gli altri e con il mondo.

È la parte della psicologia che interviene per ridurre gli effetti della “sindrome psiconeoplastica”, ossia del quadro di disagio che si esprime con reazioni abbastanza tipiche e che prevedono:

  • modificazione dello stile di vita
  • cambiamenti relazionali
  • modificazione della percezione del proprio corpo
  • timore costante della morte
  • disturbi psicopatologici correlabili alla diagnosi oncologica.

Si occupa di analizzare gli stili di coping delle persone, ossia delle modalità adattive e di risposta alla diagnosi, inquadrando se la persona reagisce con comportamenti combattivi, complianti oppure se vira verso atteggiamenti più fatalistici, evitanti oppure impotenti.

Sotto molti punti di vista si occupa in maniera estremamente scrupolosa di gestire al meglio la comunicazione, per minimizzare l’involontario uso di parole “nocebo” e rinforzare l’alleanza e la fiducia con il personale ospedaliero, tant’è che viene insegnato un vero e proprio protocollo comunicativo, lo SPIKES di R. Buckman.

Permette di conoscere le più frequenti reazioni emotive e comportamentali delle persone con diagnosi oncologica e applicare strategie per interrompere i loop più deleteri, attraverso interventi mirati per canalizzare la rabbia, elaborare il trauma, accettare i cambiamenti corporei, interrompere le spirali ossessive dei controlli su internet, attraversare e dimensionare il dolore, ecc…

E ancora, la psiconcologia insegna ad affiancare le diverse fasi psicologiche della malattia, dalla fase di shock alla fase di reazione, dall’elaborazione al riorientamento.

Difficile dire cosa abbia rappresentato per me la scoperta di questo ambito di applicazione della psicologia; da un lato la perdita di quell’innocenza ottimistica tipica di chi, come me, non aveva fortunatamente toccato in modo diretto l’esperienza oncologica; dall’altro l’opportunità di vedere le incredibili risorse di cui l’essere umano è dotato quando è messo di fronte alle difficoltà, perché, come diceva Goethe “gli aquiloni hanno bisogno di vento contrario per volare in alto”.

Efrem Sabatti

https://www.psicologobresciasabatti.it