Cara AltraPsicologia, il futuro previdenziale non è un quiz a risposta multipla

In queste settimane è emersa con forza una questione che riguarda direttamente il lavoro, il reddito e il futuro previdenziale di migliaia di psicologhe e psicologi: la proposta di riforma ENPAP, con l’ipotesi di aumento della contribuzione obbligatoria. Ma il punto non è soltanto il merito della riforma. Il punto è il metodo, e quindi la responsabilità politica di come questa vicenda è stata gestita.

Se il tema previdenziale era noto da tempo, allora andava affrontato prima, spiegato prima e discusso pubblicamente con la categoria. Una maggioranza che governa ENPAP da oltre dieci anni non può presentare oggi come urgenza improvvisa un problema che, se davvero era già chiaro, avrebbe richiesto da tempo un lavoro pubblico di informazione, confronto e costruzione del consenso.

Ed è qui che la narrazione della buona gestione e della lungimiranza mostra tutta la sua fragilità. Se davvero si fosse agito con lungimiranza, non saremmo arrivati a questo punto nel rumore, nella confusione e nella polarizzazione della nostra Comunità professionale a cui assistiamo in queste settimane.

Un passaggio così delicato non può arrivare agli iscritti e alle iscritte come un fatto quasi compiuto, accompagnato più da indiscrezioni, malcontento e correzioni tardive che da un percorso chiaro, trasparente e condiviso. Quando all’esterno arriva solo il boato finale, significa che il lavoro politico e comunicativo non ha funzionato.

A rendere tutto ancora più problematico è il fatto che un intervento di questo peso non sia stato chiaramente assunto come tema centrale del mandato elettorale. Se oggi si chiede alla categoria di accettare una misura così rilevante, è inevitabile domandarsi quando e in quale forma quel mandato sia stato davvero richiesto.

In questo quadro pesa anche il silenzio istituzionale. Su un cambiamento del genere sarebbero servite parole chiare, spiegazioni pubbliche e assunzione di responsabilità. Invece, proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario orientare il dibattito, si è vista una gestione più difensiva che aperta, più orientata a contenere la reazione che a costruire fiducia.

E qui si colloca anche l’errore più recente.

Dopo anni di insufficiente informazione su un tema decisivo, agli iscritti e alle iscritte viene proposto un questionario che semplifica in modo improprio una questione così complessa. Domande come “vorrei che la mia pensione fosse almeno pari a 500, 1000, 1500 o 2000 euro al mese” oppure “vorrei che fosse pari al 25%, 50%, 75% o 100% del mio ultimo reddito professionale” non aiutano a comprendere un problema previdenziale. Lo banalizzano.

Il futuro previdenziale di una categoria non è un quiz a risposta multipla.

Non bastano domande semplificate: servono informazione, dati chiari, simulazioni trasparenti e un reale coinvolgimento delle psicologhe e degli psicologi.

Per questo viene spontanea una domanda precisa: perché in tutti questi anni non si è investito con la stessa forza su educazione finanziaria e previdenziale?

Se il problema era davvero così decisivo, andava trattato per tempo come una priorità pubblica, costruendo consapevolezza diffusa nella categoria e non lasciando che il confronto esplodesse solo all’ultimo momento. Anche alla luce di scelte rilevanti sul piano delle risorse, come ad esempio i 5 milioni investiti sul progetto Vivere Meglio, è legittimo interrogarsi su quanto si sia investito nel rafforzare una reale cultura previdenziale tra iscritti e iscritte.

C’è poi un aspetto molto concreto che non può essere sottovalutato: l’aumento del contributo integrativo non è una misura neutra. Significa esercitare una pressione sul costo delle prestazioni, con effetti potenzialmente rilevanti sia per i professionisti sia per i pazienti. Questo va detto con chiarezza, senza edulcorazioni.

Il punto, allora, va oltre la singola riforma. Riguarda il rapporto tra istituzione e iscritti, la costruzione della fiducia e la qualità democratica del governo dell’ente.

Una maggioranza che governa da anni non può chiedere comprensione solo nel momento in cui propone una misura difficile, senza rispondere prima di come abbia usato il proprio mandato, di quali spazi di partecipazione abbia creato e di quanto seriamente abbia investito nella costruzione di una consapevolezza collettiva attorno a un nodo tanto delicato.

Per questo la domanda non è soltanto se la riforma sia giusta o sbagliata. La domanda è perché si sia arrivati fin qui in questo modo. E soprattutto come si intenda andare avanti.

Se davvero si vuole affrontare un nodo strutturale come la previdenza, allora bisogna aprire una fase nuova: fermare ogni accelerazione, restituire centralità al confronto con la comunità professionale, mettere a disposizione dati chiari e simulazioni accessibili, e costruire finalmente un percorso serio di informazione e formazione diffusa.

Solo così si potrà passare dalla reazione alla consapevolezza e dalla sfiducia alla responsabilità condivisa.

L’Associazione Professione Psicolog*